Certe donne brillano!

Certe donne brillano!

  • di Redazione
  • 12 Luglio 2022
  • Amor vincit omnia

Ancora una volta l'amica Daniela Zedda sa portarci nel suo mondo, pieno di pensieri delicati verso chi la circonda

DISCLAIMER: "La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quale potrebbe capitarti!"

Dopo aver ricevuto la diagnosi di tumore metastatico c’è voluto un po' di tempo per abituarmi appieno all’idea della gravità della situazione, e a ciò che tutto questo avrebbe comportato negli anni a venire. Proprio per questo motivo, all’inizio quando andavo a fare la terapia, e mi sedevo ore e ore su quella poltrona con le mie compagne di stanza, mi sentivo un po' a disagio. Tra ragazze ci confrontavamo, e si cercava di farsi FORZA E CORAGGIO A VICENDA, sostenendoci e dandoci consigli l’un l’altra. In particolare, si susseguivano una dietro l’altra le domande "A quale ciclo sei?"  "L’hai già fatto l’intervento?" "Dove??" "Quanti cicli devi ancora fare prima di essere sottoposta all’intervento??" o "Quanti te ne mancano ancora, dopo aver fatto l’intervento?"  

Io, conoscendo la mia situazione, ovviamente mi sentivo, soprattutto all’inizio, un pesce fuor d’acqua, e rimanevo lì in silenzio, mostrando però UN VIVO INTERESSE PER LE LORO STORIE. Mi piaceva guardarle mentre attraverso questo scambio di esperienze, dubbi, perplessità si facevano coraggio a vicenda, mi piaceva l’idea che riuscissero insieme a proiettarsi verso "LA FINE DI QUELL’INCUBO", perché nel loro piano terapeutico era previsto UN INIZIO, E UNA FINE DELLA TERAPIA. Anzi, senza svelare le mie reali condizioni, ero la prima a seguirle a ruota, e a incoraggiarle a non arrendersi, a puntare dritto verso la meta, che non era poi così distante, ormai. Dritte e decise verso quel traguardo chiamato GUARIGIONE, perché sì, potenzialmente, al termine delle cure, per tante c’è proprio una TOTALE E ASSOLUTA GUARIGIONE. Sicuramente saranno ancora tanti gli anni durante i quali sarà necessario un attento monitoraggio, per scongiurare eventuali possibili recidive, ma, nell’immediato, finite le cure, di guarigione si tratta, e questo coinciderà con il tanto sperato e desiderato ritorno alla vita, a quella vita "normale", a quella routine e quotidianità che per qualche tempo era andata smarrita e pareva perduta. UNA VITA NORMALE. Dipende poi da noi, cosa si intende per normale.

"LA VITA È COME UNA SCATOLA DI CIOCCOLATINI, NON SAI MAI QUALE POTREBBE CAPITARTI!" DICEVA LA MAMMA A FORREST.

Sicuramente chi affronta un ostacolo come questo uscirà da quell’esperienza cambiato. Sì! Può riprendere la quotidianità, ma avrà vissuto un’esperienza che l’avrà segnato per sempre. Non si può passare accanto alla morte e rimanere impassibili. È NATURALE CHE QUEST’ESPERIENZA PORTI CON SÉ UNA BUONA DOSE DI CONSAPEVOLEZZA E PRESA DI COSCIENZA DELL’INELUTTABILITÀ DEGLI EVENTI DA UNA PARTE, E DELLE INESPLORATE E IMPENSATE POSSIBILITÀ CHE ABBIAMO DI REAGIRE E DI RIMETTERCI IN PIEDI ANCHE DI FRONTE AGLI ACCADIMENTI PIÙ IMPROBABILI CHE POTREBBERO ATTRAVERSARE LA NOSTRA VITA, DALL’ALTRA.

Ricordo che un giorno due ragazze parlavano, con grande rammarico e tristezza, di una terza ragazza che avevano conosciuto qualche giorno prima, una metastatica ossea. Ho chiuso gli occhi: da malata metastatica ossea fa un certo effetto sentire parlare in quel modo, ed è quasi scontato che anche solo per un attimo la mente si proietti verso quello scenario, che in futuro potrebbe essere il tuo. Insomma, soprattutto all’inizio non era facile sedersi lì in incognito, con una situazione ben diversa dalla maggior parte di loro. Poi, con il tempo, QUANDO IL PROCESSO DI ACCETTAZIONE HA FATTO IL SUO CORSO, E LA PAURA È ANDATA RIDIMENSIONANDOSI HO COMINCIATO A "PARLARE". Ho fatto OUTING. Non ammettere di fronte agli altri di avere una malattia metastatica significava avere paura di vedere nei loro occhi la pena, il terrore, la proiezione di un futuro doloroso che può intimidire e spaventare, che io da allora, e a tutt’oggi, continuo a non prendere neanche in considerazione. E questo perché ho deciso di adottare un approccio differente alla malattia. Un approccio possibilistico, pionieristico. Vivo giorno per giorno, ed è mia ferma convinzione che ogni giorno potrebbe essere quello buono per poter rendere una malattia incurabile, curabile. Una progressione, regressione. E oltre non vado con la mente. Non è mia competenza.

E così accadde che, un giorno, un’affabile ragazza con fare allegro e scanzonato, mi fece le domande di rito "A te quanti cicli mancano??"…un attimo di silenzio, e poi dissi "Io non ho un termine, devo andare avanti a oltranza!"

"Ah!" mi guardò con faccia perplessa e sguardo interrogativo, come per dire "E cosa vorrà mai dire a oltranza?". Come se le avessi letto nel pensiero, le dissi con molta calma che per tutta la durata della mia vita avrei  dovuto fare una terapia con farmaci, via via all’occorrenza differenti, che si proponevano come obiettivo prioritario quello di eludere l’avanzata del nemico in ogni modo possibile, come in una vera e propria PARTITA A SCACCHI in cui da una parte c’è lui, l’invasore, che si destreggia scaltro e subdolo, nel muovere i suoi pezzi sulla scacchiera e dall’altra ci sono io, e i medici che cerchiamo di muovere le pedine più adatte, i farmaci, per poter presto o tardi vincere la partita e FARE SCACCO AL RE. Ma questa è una partita di quelle molto complesse.

Non soddisfatta, continuò, "E tu? Tu l’hai fatto l’intervento?" "No. Io no. Il mio tumore è inoperabile!" e…aggiunsi, "comunque era già metastatico, per cui in ogni caso non sarebbe stato risolutivo!"

TOMBOLA. La frase era uscita leggera e leggiadra, scivolata via senza troppi preamboli, occhi negli occhi. Sereni i miei di chi ha capito e accettato, ormai. Impacciati e sfuggenti per un attimo i suoi, come quelli di chi non sa quali parole inanellare per dire qualcosa di incoraggiante ed uscire da una situazione imbarazzante.  "Ah!" disse semplicemente. Le tolsi velocemente le castagne dal fuoco. Capisco bene che talvolta, involontariamente, e in assoluta e buona fede finiamo per inoltrarci in discorsi per i quali non abbiamo tantissime risposte. Sarà capitato anche a me chissà quante volte. E da lì in poi, ogni qualvolta mi viene chiesto rispondo con assoluta sincerità e con molta calma e serenità, alle domande che riguardano la mia reale condizione.

Ma, gli incontri sono stati vari e molteplici, variegati. Per la maggior parte si trattava di DONNE PIENE DI VITA E DI VITALITÀ, DONNE PRONTE A RIPRENDERE IN MANO LA PROPRIA ESISTENZA, conclusa questa parentesi, DONNE RESILIENTI E MOLTO SPESSO ANCHE DIVERTENTI. Eh, si! Sembra strano, ma non lo è affatto.  Ricordo di una donna avvocato che incontrai più di una volta, perché i giorni della nostra terapia coincidevano, e che raccontava tutti gli effetti avversi con un piglio canzonatorio e in una maniera straordinariamente divertente. Non potevi fare a meno di ridere per il modo in cui lo raccontava: con una mimica facciale a dir poco unica, raccontava che da quando aveva iniziato la terapia sentiva nell’orecchio un battito continuo che pareva quasi il battito del suo cuore, e allora disse "Di sicuro se muoio me ne accorgo subito perché smetto di sentirlo…potrei contare anche quante pulsazioni ho al minuto!", o quando disse che grazie al dimagrimento conseguente alla terapia, aveva scoperto di possedere ossa del bacino che sentiva quando si sedeva, e che mai prima di allora aveva sospettato di possedere. Riusciva a sdrammatizzare con una tale naturalezza che ti veniva spontaneo ridere, nonostante tutto. IN LEI IO VEDEVO UNA DONNA CORAGGIOSA, DECISA, DETERMINATA CAPACE ANCHE DI SOGGIOGARE LA MALATTIA, NONOSTANTE TUTTO. UNA DONNA FORTE E STRAORDINARIA.

Un altro giorno di fronte a me era seduta una donna, aveva forse poco più di una sessantina d’anni, anche se era talmente filiforme che neanche li dimostrava. Magrissima, perché provata dalla malattia, aveva le stampelle e tremava un po', ma aveva quel viso buono, quel tipo di delicatezza che si percepisce anche se una persona non la conosci. Con il capellino a coprirle una parte del viso, e la mascherina a coprirle l’altra parte, parlava e sorrideva. Si vedeva che sorrideva anche se il volto era coperto praticamente per il novanta per cento. Ogni tanto le stampelle poggiate al muro cadevano, e lei se ne scusava. SI SCUSAVA DI QUALCOSA DI CUI NON SI SAREBBE DOVUTA SCUSARE, parlava con semplicità, calma, dolcezza, e un filo di allegria. Quel giorno, ho passato gran parte della mattinata in dormiveglia, a causa del viaggio, ma per quel poco che ho potuto sentire, ascoltandola L’HO SUBITO ADORATA. Ci sono persone che trasmettono… emanano …C’È QUALCOSA DI SPECIALE IN LORO. E lei emanava DOLCEZZA. Quando le sono cadute le stampelle, e finalmente libera da tubi, tubicini e aghi ho potuto avvicinarmi e raccogliergliele mi è venuto QUASI ISTINTIVO FARLE UNA CAREZZA O ABBRACCIARLA. Non l’ho fatto ovviamente. Non mi conosceva, non sapeva chi ero,  e poi… lo sappiamo, c’è’ il Covid. Giammai abbracciare un malato oncologico in tempi di Covid. Quando ho raccolto le stampelle e alzato gli occhi, e ho incontrato i suoi, i miei si stavano riempiendo di lacrime. Ma non ho pianto, ci mancherebbe, avrei voluto solo farle una carezza, una carezza consolatoria, anche se lei non ne aveva bisogno. Ne sono sicura. Ho visto LA PACE DEI GIUSTI nei suoi occhi e UNA FORZA STRAORDINARIA FATTA DI CALMA E PROFONDA DOLCEZZA. Due donne completamente diverse, due approcci completamente differenti, due tra i tanti incontri occasionali, ma allo stesso tempo speciali, che ho potuto fare in questi due anni, DUE DONNE DIVERSISSIME MA ENTRAMBE CAPACI DI TRAMUTARE  IL DOLORE IN QUALCOSA DI NUOVO, IN QUALCOSA DI UNICO, IN QUALCOSA DI STRAORDINARIO CHIAMATO FORZA E CORAGGIO, CHIAMATO RESILIENZA, AL DI LÀ DEI FATTI E DELLE CIRCOSTANZE. E da ognuna di queste donne, io, ogni qualvolta vado imparo qualcosa di nuovo, imparo come stare al mondo, imparo la straordinarietà della vita.