“Tetta e Mia - Cos’è successo alle mie tette?”. Il libro di Lorena Ravanetti sul tumore

“Tetta e Mia - Cos’è successo alle mie tette?”. Il libro di Lorena Ravanetti sul tumore

  • di Redazione
  • 17 Febbraio 2025
  • Italia ed estero

Lorena Ravanetti, sceneggiatrice e scrittrice a cui hanno diagnosticato un tumore al seno nel 2023 ha usato le sue "migliori amiche", cioè le parole, per trasformare questo percorso in una sorta di sketch: un copione leggero in cui protagonisti sono i suoi due seni, o tette, come le chiama lei: quella "vera" con cui è nata, e quella "finta".

Lei le immagina parlare tra di loro e discutere su grandi temi filosofici come l'identità, ma in modo semplice, calandoli nella quotidianità che si trovano ad affrontare molte (se non tutte) le donne che condividono la sua stessa diagnosi.

Ne è nato un libro originale, "Tetta e Mia - Cos’è successo alle mie tette?" come ci racconta l’autrice, è come se lo avessero scritto in modo autonomo le sue due parti anatomiche. L’intervista all’autrice è stata realizzata da Tiziana Moriconi, giornalista di Repubblica per la newsletter di Salute Seno. Ve la proponiamo in quanto racconta con leggerezza le difficoltà e le vicissitudini di chi affronta il tumore.

Lorena Ravanetti, qual è la genesi di questo testo?

"La diagnosi è stata precoce: ho tolto il tumore al seno sinistro quando non si era ancora diffuso ai linfonodi ascellari, e contemporaneamente alla mastectomia è stata eseguita la ricostruzione oncoplastica. In tutto il percorso sono stata supportata da medici molto competenti di una Breast Unit e dalla mia famiglia. Ma anche se la mia esperienza è stata positiva, dopo la convalescenza ho avvertito l’esigenza di raccontare quello che avevo vissuto. La scrittura è la mia forma espressiva preferita ed è il mio lavoro, quindi scriverne mi è venuto naturale. Mentre scrivevo, mi sono accorta però che la protagonista non ero io ma le mie tette. Far parlare loro -Tetta, cioè quella vera, e Mia, quella finta - in prima persona mi è sembrato necessario, perché questa avventura l’hanno vissuta loro per prime. Un escamotage per riflettere sui significati del corpo e del sé".

La prima cosa che emerge è la difficoltà del seno naturale di accettare l’altro con la protesi: è stato così per lei?

"No. Il mio intento era ragionare su questo tema: su quelle riflessioni che ci ispirano la letteratura e il cinema, da Frankenstein a Povere Creature. Ho voluto scherzare sulla differenza tra vero e finto e calcare un po’ la mano, facendo apparire la protesi una sorta di Intelligenza artificiale. Una protesi è un pezzo nuovo completamente estraneo da te, ma che tipo di relazione si instaura con questa sostanza nel momento in cui viene inserita? Possono nascere diverse domande e ho voluto girovagare su questo argomento senza cercare di dare per forza delle risposte. Nel testo, sebbene all’inizio l’accettazione e l’identificazione sembri impossibile, c’è una sorta di riscatto per Mia, perché sarà lei che riuscirà persino a mettersi in contatto con il seno asportato attraverso una specie di preghiera, e a far sì che il corpo torni a relazionarsi con il mondo esterno".

Possiamo dire che questa sia una metafora del percorso di elaborazione del lutto, anche se sui generis?

"Di certo meno classico di quello che passa attraverso le note fasi di negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione, ma direi di sì. Credo che la società non ponga ancora abbastanza attenzione alla sfera emotiva, ai desideri e a ciò che serve davvero per stare bene e affrontare la malattia, ma che non rientra nell’agenda delle cose pratiche. La malattia è un buon viatico per cambiare punto di vista: da questa tranvata puoi imparare qualcosa di nuovo, non dico di bello o di brutto, ma che può aiutarti a migliorare".

È anche un modo per fare i conti con la paura della morte legata al cancro?

"Certamente. La mia storia familiare è segnata dal tumore al seno: mia mamma si era ammalata a circa 35 anni ed è morta a 45, e anche mia zia, sua sorella. Ero convinta che il mio tumore fosse di tipo ereditario, ma il test genetico non ha confermato il sospetto. Proprio per questa familiarità ho sempre fatto controlli regolari, e ho anticipato di due mesi la mammografia che ha poi rilevato il tumore, perché altrimenti avrei dovuto ritardare l’appuntamento annuale e, forse, avrei scoperto la malattia in uno stadio più avanzato".

Ha esitato prima di accettare la ricostruzione?

"No perché non ricostruire avrebbe comportato un problema funzionale, ed ero diventata ‘amica’ della protesi prima ancora che diventasse parte di me. Ricordavo bene l’esperienza di mia madre: avevano asportato un seno senza ricostruzione ed era stato difficile per lei accettarlo. Nel mio caso, quando ho tolto il bustino il mio aspetto era simile a quello di sempre e questo mi ha aiutato moltissimo. Inoltre, avendo conservato la pelle e l’aureola, i chirurghi sono riusciti a mantenere almeno in parte la sensibilità. Sicuramente, però, scrivere questo libro mi ha aiutato. Tetta e Mia mi sono simpatiche e ho cominciato un colloquio con il mio corpo che proseguirà: imparare ad ascoltarsi non è semplice".

E pensa che il libro possa essere utile ad altre pazienti?

"Lo spero. Mi piacerebbe organizzare gruppi di lettura, magari insieme alle associazioni di pazienti e coadiuvata da una psiconcologa. Penso che esternare ciò che si prova e dargli un nome sia fondamentale. Il mio obiettivo è portare un’esperienza positiva e aiutare altre donne a parlare delle conseguenze fisiche del tumore al seno, anche a riderci su. Mi piacerebbe trasformare il libro in un vero testo teatrale".

Il nome che ha dato al seno con la protesi, "Mia", sembra comunque suggerire il desiderio di appartenenza e accettazione. Si chiamerà mai Tetta anche lei?

"No, perché quella parte di me non c’è più. Però Mia non è immutabile nella sua artificiosità: con il passare del tempo si sta ammorbidendo, sta prendendo la conformazione del mio corpo. E lo racconta lei stessa nel libro".